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È un’esperienza piuttosto comune quella di far saltare il contatore perché, con gli impianti di illuminazione e i tanti elettrodomestici, si supera la potenza massima stabilita nel contratto di fornitura.

In questi casi, potrebbe essere conveniente aumentare questo valore fino a raggiungere i valori superiori che soddisfano le proprie necessità; al contrario, è anche possibile ridurlo se la potenza è eccessiva, così da risparmiare sulla bolletta.

Ma quanto costa il cambio della potenza? Come si richiede, e in quanto tempo viene effettuato? Ecco tutte le risposte in questa breve guida al cambio della potenza del contatore.

È possibile cambiare la potenza del contatore?

È sempre possibile cambiare la potenza del contatore, se per qualsiasi motivo lo si ritenga necessario. Essenzialmente, la potenza del contatore può essere cambiata perché:

  • i dispositivi e le apparecchiature che consumano energia elettrica (caldaia, scaldabagno, fornello a induzione, condizionatore…) richiedono una potenza maggiore per funzionare in contemporanea senza far saltare il contatore, magari nelle fasce orarie più utilizzate, e quindi l’utente sceglie di aumentare la potenza impegnata per ragioni di comodità, senza dover ricorrere a fonti alternative come il fotovoltaico;
  • i consumi effettivi sono minori della potenza disponibile all’utilizzo, e pertanto il cliente potrebbe voler diminuire la potenza contrattuale allo scopo di ottenere un risparmio energetico e per migliorare la propria efficienza energetica, evitando il pagamento aggiuntivo per una potenza impegnata che di fatto non utilizza.

In linea di massima, occorre ricordare che nella stragrande maggioranza dei casi i contratti di fornitura domestica sono fissati al limite standard di 3 kW di potenza impegnata, con una minima soglia di tolleranza (per le piccole aziende e le grandi imprese, invece, il numero è ben diverso, così come le condizioni).

Come si sa, ciò rende impossibile consumare troppa corrente elettrica in contemporanea: molti elettrodomestici hanno un consumo attorno ai 1000 o 2000 W, e perciò il calcolo da effettuare è rapido e talvolta, purtroppo, penalizzante per il consumatore finale.

Il valore dei 3 kW è stato ancor più predominante fino al 2017, quando la logica che stava dietro la potenza del contatore era differente.

In passato, infatti, le possibilità per cambiare la potenza erano vincolate al passaggio minimo di 1,5 kW in più o in meno. Era dunque possibile passare da 3 kW a 1,5 kW, oppure salire a 4,5 kW e poi 6 kW.

Queste soglie, tuttavia, erano alquanto problematiche, o in quanto troppo restrittive per molti clienti (una bassa tensione di 1,5 kW è davvero troppo ridotta per la maggior parte delle utenze domestiche) oppure perché troppo costose, poiché un passaggio a 4,5 kW avrebbe rappresentato un poco conveniente aumento del costo della bolletta.

Invece, a partire dal gennaio del 2017, è stato permesso il cambiamento della potenza sulla base di scaglioni di 0,5 kW per i livelli più bassi e comuni di potenza domestica (dunque gli scatti possibili sono: 0,5, 1, 1,5, 2, 2,5 e così via), con notevoli vantaggi per il consumatore; oltre i 6 kW, la potenza scala di 1 kW fino a 10 kW, dopo i quali il passaggio è possibile solo per 5 kW (10, 15, 20 ecc.).

Quanto costa cambiare la potenza?

Il costo per cambiare la potenza del contatore può essere suddiviso in un contributo una tantum, con una quota fissa, e (in caso di aumento) un prezzo aggiuntivo della bolletta.

Riguardo al primo, occorre innanzitutto sottolineare che, a partire dal 2017, i costi fissi per la variazione contrattuale sulla potenza impegnata sono stati notevolmente ridotti.

Fino alla fine del 2016, il contributo fisso amministrativo era molto più elevato, e veniva richiesto in tutti i casi. Ora, da aprile 2017 fino alla fine del 2023, non viene più richiesto ai clienti domestici che intendono cambiare la potenza impegnata; dopo il 2023 sarà pari a 27€ circa, salvo adeguamenti.

Inoltre, è stata introdotta una particolare tipologia di diritto di ripensamento, in caso il consumatore, dopo aver ottenuto il cambio del livello di potenza, decida di tornare sui suoi passi e opti nuovamente per i livelli di potenza precedenti.

In quel caso, il contributo €/kW previsto in bolletta per gli aumenti di potenza non viene più richiesto, se l’aumento è successivo a una precedente riduzione, richiesta per il medesimo contatore, nei 2 anni precedenti; oppure, può essere restituito (sempre su domanda del cliente) se nei 2 anni successivi la potenza aumentata viene nuovamente abbassata ai livelli di prima.

Sembra un calcolo molto complesso, ma in realtà è un procedimento assai semplice, che garantisce un risparmio per il consumatore che decida di effettuare delle variazioni della potenza e voglia essere tutelato in caso di ripensamento.

Facciamo un esempio, per chiarire meglio le cose con un confronto. Poniamo che un cliente avesse voluto aumentare la potenza della rete elettrica della sua abitazione da 3 a 4 kW, all’interno di un’offerta del servizio elettrico di maggior tutela.

Fino al marzo 2017, avrebbe dovuto pagare circa 23 € di contributo fisso per la società di fornitura, circa 27 € di contributo amministrativo per il distributore, e più di 75 € per il kW aggiuntivo richiesto, per un totale di oltre 125 €.

Ma a partire da aprile 2017 e fino al dicembre 2023, questa stessa procedura avrebbe dei costi assai ridotti. Nello specifico, non richiederebbe più il contributo amministrativo al distributore ma solo i 23 € di contributo per il venditore, più circa 60 € per il kW aggiuntivo: in totale, sono 83 €, con un risparmio di oltre 40 €.

Se, invece, si vuole richiedere una diminuzione della potenza impegnata, il solo costo fisso comprende (sempre per il mercato tutelato e non necessariamente per il mercato libero) il contributo di 23 € circa per il venditore, a fronte di un sicuro risparmio in bolletta che dipende dalle abitudini di consumo.

Tutte queste informazioni si applicano in maniera diversa alle offerte luce e ai contratti del mercato libero, in quanto alcune condizioni potrebbero variare in funzione dell’offerta sottoscritta.

In quanto tempo viene effettuato il cambio?

Il cambio della potenza viene effettuato entro 5 giorni lavorativi, a partire dalla data in cui è stata richiesta la variazione, se è sufficiente intervenire soltanto sul contatore.

La richiesta del cambio di potenza (come altre relative ad allaccio e attivazione, subentro, voltura ecc.) deve essere inviata dal cliente al fornitore, corredata di un documento contenente le informazioni personali (codice fiscale, codice utente ecc.). Il fornitore, a sua volta, ha l’obbligo di inoltrarla, entro 2 giorni lavorativi, al distributore, che si occupa concretamente dei lavori sui contatori nel territorio.

Se invece è necessario inviare degli operatori per effettuare dei lavori di natura tecnica e di sicurezza nel condominio o in casa, semplici o complessi ma comunque non limitati al solo contatore monofase, il venditore propone al cliente un preventivo. Il distributore deve obbligatoriamente fornire un preventivo entro 15 giorni lavorativi da quando gli è stata inoltrata la richiesta di aumento o variazione.

Il preventivo deve indicare i tempi per eseguire i lavori richiesti al distributore, ovvero 10 giorni se il lavoro è semplice, 50 giorni se è complesso. Le tempistiche sono le medesime di un intervento di sostituzione del contatore, o di quelle per installare un nuovo contatore.

Se il distributore, per propria responsabilità, ritarda nell’esecuzione delle operazioni previste, il cliente ha diritto a un indennizzo, calcolato in base all’entità del ritardo.

Ci sono variazioni sulla bolletta dopo l’aumento di potenza?

Naturalmente, un aumento di potenza comporta un aumento in bolletta, anche senza altre variazioni contrattuali.

In particolare, ogni kW aggiuntivo impegnato può costare circa 23 o 24 € ogni anno, anche se naturalmente la tariffa può essere variabile (non, in questo caso, in funzione della tipologia di contratto e di offerta, bensì p. es. a causa di bonus legati alla propria offerta).

Tale spesa è quantificata, nelle voci di dettaglio della bolletta, all’interno della categoria “spesa per il trasporto e la gestione del contatore”.

Prima del 2017, vigeva il sistema di differenziazione tra tariffe D2 e D3: la prima era la tariffa per l’elettricità con agevolazioni per i residenti, e la seconda quella non agevolata per i non residenti. Quando però un residente richiedeva un aumento oltre i 3 kW, veniva applicata la tariffa D3, causando già così un aumento ingiustificato in bolletta.

Dal 2017, la differenza è stata eliminata grazie all’introduzione della tariffa unica TD, che non distingue il costo degli oneri di sistema sulla distinzione tra residenti e non residenti, limitatamente al caso dell’aumento di potenza.

È un’esperienza piuttosto comune quella di far saltare il contatore perché, con gli impianti di illuminazione e i tanti elettrodomestici, si supera la potenza massima stabilita nel contratto di fornitura.

In questi casi, potrebbe essere conveniente aumentare questo valore fino a raggiungere i valori superiori che soddisfano le proprie necessità; al contrario, è anche possibile ridurlo se la potenza è eccessiva, così da risparmiare sulla bolletta.

Ma quanto costa il cambio della potenza? Come si richiede, e in quanto tempo viene effettuato? Ecco tutte le risposte in questa breve guida al cambio della potenza del contatore.

È possibile cambiare la potenza del contatore?

È sempre possibile cambiare la potenza del contatore, se per qualsiasi motivo lo si ritenga necessario. Essenzialmente, la potenza del contatore può essere cambiata perché:

  • i dispositivi e le apparecchiature che consumano energia elettrica (caldaia, scaldabagno, fornello a induzione, condizionatore…) richiedono una potenza maggiore per funzionare in contemporanea senza far saltare il contatore, magari nelle fasce orarie più utilizzate, e quindi l’utente sceglie di aumentare la potenza impegnata per ragioni di comodità, senza dover ricorrere a fonti alternative come il fotovoltaico;
  • i consumi effettivi sono minori della potenza disponibile all’utilizzo, e pertanto il cliente potrebbe voler diminuire la potenza contrattuale allo scopo di ottenere un risparmio energetico e per migliorare la propria efficienza energetica, evitando il pagamento aggiuntivo per una potenza impegnata che di fatto non utilizza.

In linea di massima, occorre ricordare che nella stragrande maggioranza dei casi i contratti di fornitura domestica sono fissati al limite standard di 3 kW di potenza impegnata, con una minima soglia di tolleranza (per le piccole aziende e le grandi imprese, invece, il numero è ben diverso, così come le condizioni).

Come si sa, ciò rende impossibile consumare troppa corrente elettrica in contemporanea: molti elettrodomestici hanno un consumo attorno ai 1000 o 2000 W, e perciò il calcolo da effettuare è rapido e talvolta, purtroppo, penalizzante per il consumatore finale.

Il valore dei 3 kW è stato ancor più predominante fino al 2017, quando la logica che stava dietro la potenza del contatore era differente.

In passato, infatti, le possibilità per cambiare la potenza erano vincolate al passaggio minimo di 1,5 kW in più o in meno. Era dunque possibile passare da 3 kW a 1,5 kW, oppure salire a 4,5 kW e poi 6 kW.

Queste soglie, tuttavia, erano alquanto problematiche, o in quanto troppo restrittive per molti clienti (una bassa tensione di 1,5 kW è davvero troppo ridotta per la maggior parte delle utenze domestiche) oppure perché troppo costose, poiché un passaggio a 4,5 kW avrebbe rappresentato un poco conveniente aumento del costo della bolletta.

Invece, a partire dal gennaio del 2017, è stato permesso il cambiamento della potenza sulla base di scaglioni di 0,5 kW per i livelli più bassi e comuni di potenza domestica (dunque gli scatti possibili sono: 0,5, 1, 1,5, 2, 2,5 e così via), con notevoli vantaggi per il consumatore; oltre i 6 kW, la potenza scala di 1 kW fino a 10 kW, dopo i quali il passaggio è possibile solo per 5 kW (10, 15, 20 ecc.).

Quanto costa cambiare la potenza?

Il costo per cambiare la potenza del contatore può essere suddiviso in un contributo una tantum, con una quota fissa, e (in caso di aumento) un prezzo aggiuntivo della bolletta.

Riguardo al primo, occorre innanzitutto sottolineare che, a partire dal 2017, i costi fissi per la variazione contrattuale sulla potenza impegnata sono stati notevolmente ridotti.

Fino alla fine del 2016, il contributo fisso amministrativo era molto più elevato, e veniva richiesto in tutti i casi. Ora, da aprile 2017 fino alla fine del 2023, non viene più richiesto ai clienti domestici che intendono cambiare la potenza impegnata; dopo il 2023 sarà pari a 27€ circa, salvo adeguamenti.

Inoltre, è stata introdotta una particolare tipologia di diritto di ripensamento, in caso il consumatore, dopo aver ottenuto il cambio del livello di potenza, decida di tornare sui suoi passi e opti nuovamente per i livelli di potenza precedenti.

In quel caso, il contributo €/kW previsto in bolletta per gli aumenti di potenza non viene più richiesto, se l’aumento è successivo a una precedente riduzione, richiesta per il medesimo contatore, nei 2 anni precedenti; oppure, può essere restituito (sempre su domanda del cliente) se nei 2 anni successivi la potenza aumentata viene nuovamente abbassata ai livelli di prima.

Sembra un calcolo molto complesso, ma in realtà è un procedimento assai semplice, che garantisce un risparmio per il consumatore che decida di effettuare delle variazioni della potenza e voglia essere tutelato in caso di ripensamento.

Facciamo un esempio, per chiarire meglio le cose con un confronto. Poniamo che un cliente avesse voluto aumentare la potenza della rete elettrica della sua abitazione da 3 a 4 kW, all’interno di un’offerta del servizio elettrico di maggior tutela.

Fino al marzo 2017, avrebbe dovuto pagare circa 23 € di contributo fisso per la società di fornitura, circa 27 € di contributo amministrativo per il distributore, e più di 75 € per il kW aggiuntivo richiesto, per un totale di oltre 125 €.

Ma a partire da aprile 2017 e fino al dicembre 2023, questa stessa procedura avrebbe dei costi assai ridotti. Nello specifico, non richiederebbe più il contributo amministrativo al distributore ma solo i 23 € di contributo per il venditore, più circa 60 € per il kW aggiuntivo: in totale, sono 83 €, con un risparmio di oltre 40 €.

Se, invece, si vuole richiedere una diminuzione della potenza impegnata, il solo costo fisso comprende (sempre per il mercato tutelato e non necessariamente per il mercato libero) il contributo di 23 € circa per il venditore, a fronte di un sicuro risparmio in bolletta che dipende dalle abitudini di consumo.

Tutte queste informazioni si applicano in maniera diversa alle offerte luce e ai contratti del mercato libero, in quanto alcune condizioni potrebbero variare in funzione dell’offerta sottoscritta.

In quanto tempo viene effettuato il cambio?

Il cambio della potenza viene effettuato entro 5 giorni lavorativi, a partire dalla data in cui è stata richiesta la variazione, se è sufficiente intervenire soltanto sul contatore.

La richiesta del cambio di potenza (come altre relative ad allaccio e attivazione, subentro, voltura ecc.) deve essere inviata dal cliente al fornitore, corredata di un documento contenente le informazioni personali (codice fiscale, codice utente ecc.). Il fornitore, a sua volta, ha l’obbligo di inoltrarla, entro 2 giorni lavorativi, al distributore, che si occupa concretamente dei lavori sui contatori nel territorio.

Se invece è necessario inviare degli operatori per effettuare dei lavori di natura tecnica e di sicurezza nel condominio o in casa, semplici o complessi ma comunque non limitati al solo contatore monofase, il venditore propone al cliente un preventivo. Il distributore deve obbligatoriamente fornire un preventivo entro 15 giorni lavorativi da quando gli è stata inoltrata la richiesta di aumento o variazione.

Il preventivo deve indicare i tempi per eseguire i lavori richiesti al distributore, ovvero 10 giorni se il lavoro è semplice, 50 giorni se è complesso. Le tempistiche sono le medesime di un intervento di sostituzione del contatore, o di quelle per installare un nuovo contatore.

Se il distributore, per propria responsabilità, ritarda nell’esecuzione delle operazioni previste, il cliente ha diritto a un indennizzo, calcolato in base all’entità del ritardo.

Ci sono variazioni sulla bolletta dopo l’aumento di potenza?

Naturalmente, un aumento di potenza comporta un aumento in bolletta, anche senza altre variazioni contrattuali.

In particolare, ogni kW aggiuntivo impegnato può costare circa 23 o 24 € ogni anno, anche se naturalmente la tariffa può essere variabile (non, in questo caso, in funzione della tipologia di contratto e di offerta, bensì p. es. a causa di bonus legati alla propria offerta).

Tale spesa è quantificata, nelle voci di dettaglio della bolletta, all’interno della categoria “spesa per il trasporto e la gestione del contatore”.

Prima del 2017, vigeva il sistema di differenziazione tra tariffe D2 e D3: la prima era la tariffa per l’elettricità con agevolazioni per i residenti, e la seconda quella non agevolata per i non residenti. Quando però un residente richiedeva un aumento oltre i 3 kW, veniva applicata la tariffa D3, causando già così un aumento ingiustificato in bolletta.

Dal 2017, la differenza è stata eliminata grazie all’introduzione della tariffa unica TD, che non distingue il costo degli oneri di sistema sulla distinzione tra residenti e non residenti, limitatamente al caso dell’aumento di potenza.

È un’esperienza piuttosto comune quella di far saltare il contatore perché, con gli impianti di illuminazione e i tanti elettrodomestici, si supera la potenza massima stabilita nel contratto di fornitura.

In questi casi, potrebbe essere conveniente aumentare questo valore fino a raggiungere i valori superiori che soddisfano le proprie necessità; al contrario, è anche possibile ridurlo se la potenza è eccessiva, così da risparmiare sulla bolletta.

Ma quanto costa il cambio della potenza? Come si richiede, e in quanto tempo viene effettuato? Ecco tutte le risposte in questa breve guida al cambio della potenza del contatore.

È possibile cambiare la potenza del contatore?

È sempre possibile cambiare la potenza del contatore, se per qualsiasi motivo lo si ritenga necessario. Essenzialmente, la potenza del contatore può essere cambiata perché:

  • i dispositivi e le apparecchiature che consumano energia elettrica (caldaia, scaldabagno, fornello a induzione, condizionatore…) richiedono una potenza maggiore per funzionare in contemporanea senza far saltare il contatore, magari nelle fasce orarie più utilizzate, e quindi l’utente sceglie di aumentare la potenza impegnata per ragioni di comodità, senza dover ricorrere a fonti alternative come il fotovoltaico;
  • i consumi effettivi sono minori della potenza disponibile all’utilizzo, e pertanto il cliente potrebbe voler diminuire la potenza contrattuale allo scopo di ottenere un risparmio energetico e per migliorare la propria efficienza energetica, evitando il pagamento aggiuntivo per una potenza impegnata che di fatto non utilizza.

In linea di massima, occorre ricordare che nella stragrande maggioranza dei casi i contratti di fornitura domestica sono fissati al limite standard di 3 kW di potenza impegnata, con una minima soglia di tolleranza (per le piccole aziende e le grandi imprese, invece, il numero è ben diverso, così come le condizioni).

Come si sa, ciò rende impossibile consumare troppa corrente elettrica in contemporanea: molti elettrodomestici hanno un consumo attorno ai 1000 o 2000 W, e perciò il calcolo da effettuare è rapido e talvolta, purtroppo, penalizzante per il consumatore finale.

Il valore dei 3 kW è stato ancor più predominante fino al 2017, quando la logica che stava dietro la potenza del contatore era differente.

In passato, infatti, le possibilità per cambiare la potenza erano vincolate al passaggio minimo di 1,5 kW in più o in meno. Era dunque possibile passare da 3 kW a 1,5 kW, oppure salire a 4,5 kW e poi 6 kW.

Queste soglie, tuttavia, erano alquanto problematiche, o in quanto troppo restrittive per molti clienti (una bassa tensione di 1,5 kW è davvero troppo ridotta per la maggior parte delle utenze domestiche) oppure perché troppo costose, poiché un passaggio a 4,5 kW avrebbe rappresentato un poco conveniente aumento del costo della bolletta.

Invece, a partire dal gennaio del 2017, è stato permesso il cambiamento della potenza sulla base di scaglioni di 0,5 kW per i livelli più bassi e comuni di potenza domestica (dunque gli scatti possibili sono: 0,5, 1, 1,5, 2, 2,5 e così via), con notevoli vantaggi per il consumatore; oltre i 6 kW, la potenza scala di 1 kW fino a 10 kW, dopo i quali il passaggio è possibile solo per 5 kW (10, 15, 20 ecc.).

Quanto costa cambiare la potenza?

Il costo per cambiare la potenza del contatore può essere suddiviso in un contributo una tantum, con una quota fissa, e (in caso di aumento) un prezzo aggiuntivo della bolletta.

Riguardo al primo, occorre innanzitutto sottolineare che, a partire dal 2017, i costi fissi per la variazione contrattuale sulla potenza impegnata sono stati notevolmente ridotti.

Fino alla fine del 2016, il contributo fisso amministrativo era molto più elevato, e veniva richiesto in tutti i casi. Ora, da aprile 2017 fino alla fine del 2023, non viene più richiesto ai clienti domestici che intendono cambiare la potenza impegnata; dopo il 2023 sarà pari a 27€ circa, salvo adeguamenti.

Inoltre, è stata introdotta una particolare tipologia di diritto di ripensamento, in caso il consumatore, dopo aver ottenuto il cambio del livello di potenza, decida di tornare sui suoi passi e opti nuovamente per i livelli di potenza precedenti.

In quel caso, il contributo €/kW previsto in bolletta per gli aumenti di potenza non viene più richiesto, se l’aumento è successivo a una precedente riduzione, richiesta per il medesimo contatore, nei 2 anni precedenti; oppure, può essere restituito (sempre su domanda del cliente) se nei 2 anni successivi la potenza aumentata viene nuovamente abbassata ai livelli di prima.

Sembra un calcolo molto complesso, ma in realtà è un procedimento assai semplice, che garantisce un risparmio per il consumatore che decida di effettuare delle variazioni della potenza e voglia essere tutelato in caso di ripensamento.

Facciamo un esempio, per chiarire meglio le cose con un confronto. Poniamo che un cliente avesse voluto aumentare la potenza della rete elettrica della sua abitazione da 3 a 4 kW, all’interno di un’offerta del servizio elettrico di maggior tutela.

Fino al marzo 2017, avrebbe dovuto pagare circa 23 € di contributo fisso per la società di fornitura, circa 27 € di contributo amministrativo per il distributore, e più di 75 € per il kW aggiuntivo richiesto, per un totale di oltre 125 €.

Ma a partire da aprile 2017 e fino al dicembre 2023, questa stessa procedura avrebbe dei costi assai ridotti. Nello specifico, non richiederebbe più il contributo amministrativo al distributore ma solo i 23 € di contributo per il venditore, più circa 60 € per il kW aggiuntivo: in totale, sono 83 €, con un risparmio di oltre 40 €.

Se, invece, si vuole richiedere una diminuzione della potenza impegnata, il solo costo fisso comprende (sempre per il mercato tutelato e non necessariamente per il mercato libero) il contributo di 23 € circa per il venditore, a fronte di un sicuro risparmio in bolletta che dipende dalle abitudini di consumo.

Tutte queste informazioni si applicano in maniera diversa alle offerte luce e ai contratti del mercato libero, in quanto alcune condizioni potrebbero variare in funzione dell’offerta sottoscritta.

In quanto tempo viene effettuato il cambio?

Il cambio della potenza viene effettuato entro 5 giorni lavorativi, a partire dalla data in cui è stata richiesta la variazione, se è sufficiente intervenire soltanto sul contatore.

La richiesta del cambio di potenza (come altre relative ad allaccio e attivazione, subentro, voltura ecc.) deve essere inviata dal cliente al fornitore, corredata di un documento contenente le informazioni personali (codice fiscale, codice utente ecc.). Il fornitore, a sua volta, ha l’obbligo di inoltrarla, entro 2 giorni lavorativi, al distributore, che si occupa concretamente dei lavori sui contatori nel territorio.

Se invece è necessario inviare degli operatori per effettuare dei lavori di natura tecnica e di sicurezza nel condominio o in casa, semplici o complessi ma comunque non limitati al solo contatore monofase, il venditore propone al cliente un preventivo. Il distributore deve obbligatoriamente fornire un preventivo entro 15 giorni lavorativi da quando gli è stata inoltrata la richiesta di aumento o variazione.

Il preventivo deve indicare i tempi per eseguire i lavori richiesti al distributore, ovvero 10 giorni se il lavoro è semplice, 50 giorni se è complesso. Le tempistiche sono le medesime di un intervento di sostituzione del contatore, o di quelle per installare un nuovo contatore.

Se il distributore, per propria responsabilità, ritarda nell’esecuzione delle operazioni previste, il cliente ha diritto a un indennizzo, calcolato in base all’entità del ritardo.

Ci sono variazioni sulla bolletta dopo l’aumento di potenza?

Naturalmente, un aumento di potenza comporta un aumento in bolletta, anche senza altre variazioni contrattuali.

In particolare, ogni kW aggiuntivo impegnato può costare circa 23 o 24 € ogni anno, anche se naturalmente la tariffa può essere variabile (non, in questo caso, in funzione della tipologia di contratto e di offerta, bensì p. es. a causa di bonus legati alla propria offerta).

Tale spesa è quantificata, nelle voci di dettaglio della bolletta, all’interno della categoria “spesa per il trasporto e la gestione del contatore”.

Prima del 2017, vigeva il sistema di differenziazione tra tariffe D2 e D3: la prima era la tariffa per l’elettricità con agevolazioni per i residenti, e la seconda quella non agevolata per i non residenti. Quando però un residente richiedeva un aumento oltre i 3 kW, veniva applicata la tariffa D3, causando già così un aumento ingiustificato in bolletta.

Dal 2017, la differenza è stata eliminata grazie all’introduzione della tariffa unica TD, che non distingue il costo degli oneri di sistema sulla distinzione tra residenti e non residenti, limitatamente al caso dell’aumento di potenza.

È un’esperienza piuttosto comune quella di far saltare il contatore perché, con gli impianti di illuminazione e i tanti elettrodomestici, si supera la potenza massima stabilita nel contratto di fornitura.

In questi casi, potrebbe essere conveniente aumentare questo valore fino a raggiungere i valori superiori che soddisfano le proprie necessità; al contrario, è anche possibile ridurlo se la potenza è eccessiva, così da risparmiare sulla bolletta.

Ma quanto costa il cambio della potenza? Come si richiede, e in quanto tempo viene effettuato? Ecco tutte le risposte in questa breve guida al cambio della potenza del contatore.

È possibile cambiare la potenza del contatore?

È sempre possibile cambiare la potenza del contatore, se per qualsiasi motivo lo si ritenga necessario. Essenzialmente, la potenza del contatore può essere cambiata perché:

  • i dispositivi e le apparecchiature che consumano energia elettrica (caldaia, scaldabagno, fornello a induzione, condizionatore…) richiedono una potenza maggiore per funzionare in contemporanea senza far saltare il contatore, magari nelle fasce orarie più utilizzate, e quindi l’utente sceglie di aumentare la potenza impegnata per ragioni di comodità, senza dover ricorrere a fonti alternative come il fotovoltaico;
  • i consumi effettivi sono minori della potenza disponibile all’utilizzo, e pertanto il cliente potrebbe voler diminuire la potenza contrattuale allo scopo di ottenere un risparmio energetico e per migliorare la propria efficienza energetica, evitando il pagamento aggiuntivo per una potenza impegnata che di fatto non utilizza.

In linea di massima, occorre ricordare che nella stragrande maggioranza dei casi i contratti di fornitura domestica sono fissati al limite standard di 3 kW di potenza impegnata, con una minima soglia di tolleranza (per le piccole aziende e le grandi imprese, invece, il numero è ben diverso, così come le condizioni).

Come si sa, ciò rende impossibile consumare troppa corrente elettrica in contemporanea: molti elettrodomestici hanno un consumo attorno ai 1000 o 2000 W, e perciò il calcolo da effettuare è rapido e talvolta, purtroppo, penalizzante per il consumatore finale.

Il valore dei 3 kW è stato ancor più predominante fino al 2017, quando la logica che stava dietro la potenza del contatore era differente.

In passato, infatti, le possibilità per cambiare la potenza erano vincolate al passaggio minimo di 1,5 kW in più o in meno. Era dunque possibile passare da 3 kW a 1,5 kW, oppure salire a 4,5 kW e poi 6 kW.

Queste soglie, tuttavia, erano alquanto problematiche, o in quanto troppo restrittive per molti clienti (una bassa tensione di 1,5 kW è davvero troppo ridotta per la maggior parte delle utenze domestiche) oppure perché troppo costose, poiché un passaggio a 4,5 kW avrebbe rappresentato un poco conveniente aumento del costo della bolletta.

Invece, a partire dal gennaio del 2017, è stato permesso il cambiamento della potenza sulla base di scaglioni di 0,5 kW per i livelli più bassi e comuni di potenza domestica (dunque gli scatti possibili sono: 0,5, 1, 1,5, 2, 2,5 e così via), con notevoli vantaggi per il consumatore; oltre i 6 kW, la potenza scala di 1 kW fino a 10 kW, dopo i quali il passaggio è possibile solo per 5 kW (10, 15, 20 ecc.).

Quanto costa cambiare la potenza?

Il costo per cambiare la potenza del contatore può essere suddiviso in un contributo una tantum, con una quota fissa, e (in caso di aumento) un prezzo aggiuntivo della bolletta.

Riguardo al primo, occorre innanzitutto sottolineare che, a partire dal 2017, i costi fissi per la variazione contrattuale sulla potenza impegnata sono stati notevolmente ridotti.

Fino alla fine del 2016, il contributo fisso amministrativo era molto più elevato, e veniva richiesto in tutti i casi. Ora, da aprile 2017 fino alla fine del 2023, non viene più richiesto ai clienti domestici che intendono cambiare la potenza impegnata; dopo il 2023 sarà pari a 27€ circa, salvo adeguamenti.

Inoltre, è stata introdotta una particolare tipologia di diritto di ripensamento, in caso il consumatore, dopo aver ottenuto il cambio del livello di potenza, decida di tornare sui suoi passi e opti nuovamente per i livelli di potenza precedenti.

In quel caso, il contributo €/kW previsto in bolletta per gli aumenti di potenza non viene più richiesto, se l’aumento è successivo a una precedente riduzione, richiesta per il medesimo contatore, nei 2 anni precedenti; oppure, può essere restituito (sempre su domanda del cliente) se nei 2 anni successivi la potenza aumentata viene nuovamente abbassata ai livelli di prima.

Sembra un calcolo molto complesso, ma in realtà è un procedimento assai semplice, che garantisce un risparmio per il consumatore che decida di effettuare delle variazioni della potenza e voglia essere tutelato in caso di ripensamento.

Facciamo un esempio, per chiarire meglio le cose con un confronto. Poniamo che un cliente avesse voluto aumentare la potenza della rete elettrica della sua abitazione da 3 a 4 kW, all’interno di un’offerta del servizio elettrico di maggior tutela.

Fino al marzo 2017, avrebbe dovuto pagare circa 23 € di contributo fisso per la società di fornitura, circa 27 € di contributo amministrativo per il distributore, e più di 75 € per il kW aggiuntivo richiesto, per un totale di oltre 125 €.

Ma a partire da aprile 2017 e fino al dicembre 2023, questa stessa procedura avrebbe dei costi assai ridotti. Nello specifico, non richiederebbe più il contributo amministrativo al distributore ma solo i 23 € di contributo per il venditore, più circa 60 € per il kW aggiuntivo: in totale, sono 83 €, con un risparmio di oltre 40 €.

Se, invece, si vuole richiedere una diminuzione della potenza impegnata, il solo costo fisso comprende (sempre per il mercato tutelato e non necessariamente per il mercato libero) il contributo di 23 € circa per il venditore, a fronte di un sicuro risparmio in bolletta che dipende dalle abitudini di consumo.

Tutte queste informazioni si applicano in maniera diversa alle offerte luce e ai contratti del mercato libero, in quanto alcune condizioni potrebbero variare in funzione dell’offerta sottoscritta.

In quanto tempo viene effettuato il cambio?

Il cambio della potenza viene effettuato entro 5 giorni lavorativi, a partire dalla data in cui è stata richiesta la variazione, se è sufficiente intervenire soltanto sul contatore.

La richiesta del cambio di potenza (come altre relative ad allaccio e attivazione, subentro, voltura ecc.) deve essere inviata dal cliente al fornitore, corredata di un documento contenente le informazioni personali (codice fiscale, codice utente ecc.). Il fornitore, a sua volta, ha l’obbligo di inoltrarla, entro 2 giorni lavorativi, al distributore, che si occupa concretamente dei lavori sui contatori nel territorio.

Se invece è necessario inviare degli operatori per effettuare dei lavori di natura tecnica e di sicurezza nel condominio o in casa, semplici o complessi ma comunque non limitati al solo contatore monofase, il venditore propone al cliente un preventivo. Il distributore deve obbligatoriamente fornire un preventivo entro 15 giorni lavorativi da quando gli è stata inoltrata la richiesta di aumento o variazione.

Il preventivo deve indicare i tempi per eseguire i lavori richiesti al distributore, ovvero 10 giorni se il lavoro è semplice, 50 giorni se è complesso. Le tempistiche sono le medesime di un intervento di sostituzione del contatore, o di quelle per installare un nuovo contatore.

Se il distributore, per propria responsabilità, ritarda nell’esecuzione delle operazioni previste, il cliente ha diritto a un indennizzo, calcolato in base all’entità del ritardo.

Ci sono variazioni sulla bolletta dopo l’aumento di potenza?

Naturalmente, un aumento di potenza comporta un aumento in bolletta, anche senza altre variazioni contrattuali.

In particolare, ogni kW aggiuntivo impegnato può costare circa 23 o 24 € ogni anno, anche se naturalmente la tariffa può essere variabile (non, in questo caso, in funzione della tipologia di contratto e di offerta, bensì p. es. a causa di bonus legati alla propria offerta).

Tale spesa è quantificata, nelle voci di dettaglio della bolletta, all’interno della categoria “spesa per il trasporto e la gestione del contatore”.

Prima del 2017, vigeva il sistema di differenziazione tra tariffe D2 e D3: la prima era la tariffa per l’elettricità con agevolazioni per i residenti, e la seconda quella non agevolata per i non residenti. Quando però un residente richiedeva un aumento oltre i 3 kW, veniva applicata la tariffa D3, causando già così un aumento ingiustificato in bolletta.

Dal 2017, la differenza è stata eliminata grazie all’introduzione della tariffa unica TD, che non distingue il costo degli oneri di sistema sulla distinzione tra residenti e non residenti, limitatamente al caso dell’aumento di potenza.

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Aumentare la potenza del contatore: come si può fare?

È un’esperienza piuttosto comune quella di far saltare il contatore perché, con gli impianti di illuminazione e i tanti elettrodomestici, si supera la potenza massima stabilita nel contratto di fornitura.

In questi casi, potrebbe essere conveniente aumentare questo valore fino a raggiungere i valori superiori che soddisfano le proprie necessità; al contrario, è anche possibile ridurlo se la potenza è eccessiva, così da risparmiare sulla bolletta.

Ma quanto costa il cambio della potenza? Come si richiede, e in quanto tempo viene effettuato? Ecco tutte le risposte in questa breve guida al cambio della potenza del contatore.

È possibile cambiare la potenza del contatore?

È sempre possibile cambiare la potenza del contatore, se per qualsiasi motivo lo si ritenga necessario. Essenzialmente, la potenza del contatore può essere cambiata perché:

  • i dispositivi e le apparecchiature che consumano energia elettrica (caldaia, scaldabagno, fornello a induzione, condizionatore…) richiedono una potenza maggiore per funzionare in contemporanea senza far saltare il contatore, magari nelle fasce orarie più utilizzate, e quindi l’utente sceglie di aumentare la potenza impegnata per ragioni di comodità, senza dover ricorrere a fonti alternative come il fotovoltaico;
  • i consumi effettivi sono minori della potenza disponibile all’utilizzo, e pertanto il cliente potrebbe voler diminuire la potenza contrattuale allo scopo di ottenere un risparmio energetico e per migliorare la propria efficienza energetica, evitando il pagamento aggiuntivo per una potenza impegnata che di fatto non utilizza.

In linea di massima, occorre ricordare che nella stragrande maggioranza dei casi i contratti di fornitura domestica sono fissati al limite standard di 3 kW di potenza impegnata, con una minima soglia di tolleranza (per le piccole aziende e le grandi imprese, invece, il numero è ben diverso, così come le condizioni).

Come si sa, ciò rende impossibile consumare troppa corrente elettrica in contemporanea: molti elettrodomestici hanno un consumo attorno ai 1000 o 2000 W, e perciò il calcolo da effettuare è rapido e talvolta, purtroppo, penalizzante per il consumatore finale.

Il valore dei 3 kW è stato ancor più predominante fino al 2017, quando la logica che stava dietro la potenza del contatore era differente.

In passato, infatti, le possibilità per cambiare la potenza erano vincolate al passaggio minimo di 1,5 kW in più o in meno. Era dunque possibile passare da 3 kW a 1,5 kW, oppure salire a 4,5 kW e poi 6 kW.

Queste soglie, tuttavia, erano alquanto problematiche, o in quanto troppo restrittive per molti clienti (una bassa tensione di 1,5 kW è davvero troppo ridotta per la maggior parte delle utenze domestiche) oppure perché troppo costose, poiché un passaggio a 4,5 kW avrebbe rappresentato un poco conveniente aumento del costo della bolletta.

Invece, a partire dal gennaio del 2017, è stato permesso il cambiamento della potenza sulla base di scaglioni di 0,5 kW per i livelli più bassi e comuni di potenza domestica (dunque gli scatti possibili sono: 0,5, 1, 1,5, 2, 2,5 e così via), con notevoli vantaggi per il consumatore; oltre i 6 kW, la potenza scala di 1 kW fino a 10 kW, dopo i quali il passaggio è possibile solo per 5 kW (10, 15, 20 ecc.).

Quanto costa cambiare la potenza?

Il costo per cambiare la potenza del contatore può essere suddiviso in un contributo una tantum, con una quota fissa, e (in caso di aumento) un prezzo aggiuntivo della bolletta.

Riguardo al primo, occorre innanzitutto sottolineare che, a partire dal 2017, i costi fissi per la variazione contrattuale sulla potenza impegnata sono stati notevolmente ridotti.

Fino alla fine del 2016, il contributo fisso amministrativo era molto più elevato, e veniva richiesto in tutti i casi. Ora, da aprile 2017 fino alla fine del 2023, non viene più richiesto ai clienti domestici che intendono cambiare la potenza impegnata; dopo il 2023 sarà pari a 27€ circa, salvo adeguamenti.

Inoltre, è stata introdotta una particolare tipologia di diritto di ripensamento, in caso il consumatore, dopo aver ottenuto il cambio del livello di potenza, decida di tornare sui suoi passi e opti nuovamente per i livelli di potenza precedenti.

In quel caso, il contributo €/kW previsto in bolletta per gli aumenti di potenza non viene più richiesto, se l’aumento è successivo a una precedente riduzione, richiesta per il medesimo contatore, nei 2 anni precedenti; oppure, può essere restituito (sempre su domanda del cliente) se nei 2 anni successivi la potenza aumentata viene nuovamente abbassata ai livelli di prima.

Sembra un calcolo molto complesso, ma in realtà è un procedimento assai semplice, che garantisce un risparmio per il consumatore che decida di effettuare delle variazioni della potenza e voglia essere tutelato in caso di ripensamento.

Facciamo un esempio, per chiarire meglio le cose con un confronto. Poniamo che un cliente avesse voluto aumentare la potenza della rete elettrica della sua abitazione da 3 a 4 kW, all’interno di un’offerta del servizio elettrico di maggior tutela.

Fino al marzo 2017, avrebbe dovuto pagare circa 23 € di contributo fisso per la società di fornitura, circa 27 € di contributo amministrativo per il distributore, e più di 75 € per il kW aggiuntivo richiesto, per un totale di oltre 125 €.

Ma a partire da aprile 2017 e fino al dicembre 2023, questa stessa procedura avrebbe dei costi assai ridotti. Nello specifico, non richiederebbe più il contributo amministrativo al distributore ma solo i 23 € di contributo per il venditore, più circa 60 € per il kW aggiuntivo: in totale, sono 83 €, con un risparmio di oltre 40 €.

Se, invece, si vuole richiedere una diminuzione della potenza impegnata, il solo costo fisso comprende (sempre per il mercato tutelato e non necessariamente per il mercato libero) il contributo di 23 € circa per il venditore, a fronte di un sicuro risparmio in bolletta che dipende dalle abitudini di consumo.

Tutte queste informazioni si applicano in maniera diversa alle offerte luce e ai contratti del mercato libero, in quanto alcune condizioni potrebbero variare in funzione dell’offerta sottoscritta.

In quanto tempo viene effettuato il cambio?

Il cambio della potenza viene effettuato entro 5 giorni lavorativi, a partire dalla data in cui è stata richiesta la variazione, se è sufficiente intervenire soltanto sul contatore.

La richiesta del cambio di potenza (come altre relative ad allaccio e attivazione, subentro, voltura ecc.) deve essere inviata dal cliente al fornitore, corredata di un documento contenente le informazioni personali (codice fiscale, codice utente ecc.). Il fornitore, a sua volta, ha l’obbligo di inoltrarla, entro 2 giorni lavorativi, al distributore, che si occupa concretamente dei lavori sui contatori nel territorio.

Se invece è necessario inviare degli operatori per effettuare dei lavori di natura tecnica e di sicurezza nel condominio o in casa, semplici o complessi ma comunque non limitati al solo contatore monofase, il venditore propone al cliente un preventivo. Il distributore deve obbligatoriamente fornire un preventivo entro 15 giorni lavorativi da quando gli è stata inoltrata la richiesta di aumento o variazione.

Il preventivo deve indicare i tempi per eseguire i lavori richiesti al distributore, ovvero 10 giorni se il lavoro è semplice, 50 giorni se è complesso. Le tempistiche sono le medesime di un intervento di sostituzione del contatore, o di quelle per installare un nuovo contatore.

Se il distributore, per propria responsabilità, ritarda nell’esecuzione delle operazioni previste, il cliente ha diritto a un indennizzo, calcolato in base all’entità del ritardo.

Ci sono variazioni sulla bolletta dopo l’aumento di potenza?

Naturalmente, un aumento di potenza comporta un aumento in bolletta, anche senza altre variazioni contrattuali.

In particolare, ogni kW aggiuntivo impegnato può costare circa 23 o 24 € ogni anno, anche se naturalmente la tariffa può essere variabile (non, in questo caso, in funzione della tipologia di contratto e di offerta, bensì p. es. a causa di bonus legati alla propria offerta).

Tale spesa è quantificata, nelle voci di dettaglio della bolletta, all’interno della categoria “spesa per il trasporto e la gestione del contatore”.

Prima del 2017, vigeva il sistema di differenziazione tra tariffe D2 e D3: la prima era la tariffa per l’elettricità con agevolazioni per i residenti, e la seconda quella non agevolata per i non residenti. Quando però un residente richiedeva un aumento oltre i 3 kW, veniva applicata la tariffa D3, causando già così un aumento ingiustificato in bolletta.

Dal 2017, la differenza è stata eliminata grazie all’introduzione della tariffa unica TD, che non distingue il costo degli oneri di sistema sulla distinzione tra residenti e non residenti, limitatamente al caso dell’aumento di potenza.